LA CLOWNTERAPIA: UN NASO ROSSO CONTRO L’INDIFFERENZA

Dalla cura come privilegio al divertimento come cura

Il processo di umanizzazione degli ospedali in Europa ha conosciuto un lento e progressivo sviluppo.

Fino alla prima metà dell’Ottocento, la cura era un privilegio, quasi esclusivo delle classi agiate, le quali avevano la possibilità di sborsare elevate somme di denaro per farsi curare.

A differenza del resto della popolazione, per la quale spesso contrarre una malattia voleva dire attendere l’inevitabile morte.

Gli ospedali in quel tempo erano al limite delle basilari norme igieniche, e recarvisi nella speranza di una guarigione, spesso significava possibilità di contrarre altre infezioni.

Dal Novecento si ha una vera e propria rivoluzione in campo farmacologico con l’introduzione degli antibiotici ed un lento e graduale cambiamento del modello ospedaliero.

Si inizia a concepire l’importanza delle relazioni interpersonali, dei legami affettivi e della qualità degli ambienti, che iniziano a divenire familiari ed accoglienti, allontanandosi dal precedente stile impersonale ed ostile.

Nel 1976 James Robertson, noto psicoanalista scozzese, apre una nuova era, decidendo di far entrare nei reparti ospedalieri attività di gioco e attività scolastiche, lasciando inoltre la possibilità alle madri di stare accanto ai propri figli.

In Italia, sull’esempio americano, ci fu, nei primi anni Sessanta, Giulio Alfredo Maccacaro (medico, biologo e biometrista, nonché scienziato che si occupò di metodi della statistica applicata alla medicina e alle ricerca delle cause soprattutto ambientali e lavorative delle malattie) che diede vita ai primi reparti aperti.

Per un bambino il distacco dalla famiglia, dai luoghi quotidiani, costituisce una vera e propria rivoluzione nella sua vita e spesso tale cambiamento non ha la giusta attenzione da parte del contesto ospedaliero.

Ma con il nuovo processo di umanizzazione degli ospedali, è stato aperto un nuovo cammino. La volontà di creare un reparto informale e poco istituzionale e di non far sentire il bambino uno straniero approdato su di una terra sconosciuta e per questo spaventosa, fa sì che oggi più che mai, si promuovano attività di animazione che hanno come cardini basilari due elementi: la risata e la figura del clown.

Clown-in-corsia

Clown-in-corsia

Diviene perciò fondamentale la preparazione interdisciplinare del clown-in-corsia, in quanto egli si troverà di fronte a situazioni con forte carico emozionale di cui non è possibile conoscere l’esito né l’atteggiamento, che il paziente e il contesto familiare a lui vicino avranno.

Occorre quindi riuscire ad instaurare un rapporto di reale “interazione” fra il clown-in-corsia ed il paziente.

Ciò permetterà un diverso approccio da parte del piccolo malato nei confronti del suo corpo e della sua malattia, in quanto la finalità della clownterapia è proprio quella d’ironizzare sulle pratiche mediche al fine di sdrammatizzare stati di angoscia che possono assalire chi è malato e chi lo assiste, per dare vigore all’aspetto della parte sana presente nel malato e per influenzare la parte malata ad accelerare i processi di guarigione.

Questo concetto importante è stato supportato dalle prime associazioni e fondazioni che dal 1991 in Italia hanno realizzato i primi progetti.

Inoltre, il sempre più crescente bisogno di rendere l’ambiente sanitario a misura d’uomo, ha portato all’esigenza di regolarizzare la figura del clown-in-corsia.

Un grande passo in avanti è stato fatto con la L. 328/2000 che introduce il concetto di prestazione socio-sanitaria e di umanizzazione delle strutture, ma non stabilisce delle linee guida per i servizi, i quali si trovano a dover, da soli, ipotizzarne alcune per poter poi progettare un servizio adeguato ai bisogni dell’utenza.

Ancora è molto il lavoro da svolgere, e fondamentale sarà riconoscere le differenze presenti nell’utenza, in quanto il servizio varierà a seconda che l’utente sia un anziano, un bambino o una donna incinta. Ed ogni gruppo di utenza avrà ancora altre differenze interne, quali età, cultura, religione.

L’obiettivo da non perdere mai di vista è sempre quello di trovare una sorta di “metafora terapeutica” che permetta un cambiamento delle emozioni negative in positive, e che la medicina non è divertente, ma c’è molta medicina nel divertimento.

 

 

 

 

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